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Pensionati

di Mauro Marino, esperto in economia

E’ stato presentato recentemente il consueto rapporto annuale dell’Inps che fotografa la situazione previdenziale nel corso del terribile anno 2020 colpito dalla pandemia.

Moltiplicati per 13 volte i pagamenti della cassa integrazione, che passano da 1,4 miliardi a quasi 19 miliardi di euro. Aumentati di ben 11 volte i beneficiari, passati da 620 mila a 6 milioni e 700 mila.
Nell’anno 2020, il più difficile per l’Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, tutta una serie di costi hanno gravato sui conti Inps: congedi familiari retribuiti, bonus baby sitting, reddito emergenziale in aggiunta al reddito di cittadinanza, indennità di sostegno speciali a professionisti, stagionali, agricoli e lavoratori del turismo e dello spettacolo. Il bilancio 2020 dell’istituto previdenziale è risultato in rosso per 7,1 miliardi di euro, portando nuovamente in deficit le casse dell’Istituto, dopo l’attivo del 2019, di ben 6,6 miliardi di euro.

Il presidente Inps, Pasquale Tridico, ha poi comunicato i dati relativi ai primi due anni di applicazione di Quota 100: circa 250 mila persone l’hanno utilizzata, con una prevalenza del genere maschile, del settore pubblico e dei redditi medio alti.
In evidenza il fatto che, a fronte di un abbandono delle professionalità, non c’è stato riscontro di un dato occupazionale positivo nelle assunzioni, smentendo pertanto la tesi dei sostenitori di Quota 100, secondo i quali si sarebbero aperte autostrade sul fronte delle assunzioni in seguito ai pensionamenti.

Il presidente Inps ha poi prospettato una simulazione di futuri costi, prendendo in esame tre ipotesi di legge previdenziale in sostituzione della legge Fornero e per evitare il famoso scalone che si verrebbe a creare il 1 gennaio 2022, quando terminerà Quota 100.
Nel caso di pensionamento con 41 anni di contributi per tutti, indipendentemente dall’età anagrafica, secondo l’Inps costerebbe alla casse dello stato 4,3 miliardi di euro già il prossimo anno, destinati ad aumentare progressivamente, fino ad arrivare alla fine del decennio con un costo di 9,2 miliardi di euro annui. La seconda ipotesi presa in esame, una Quota 100 modificata con 64 anni di età, sommati ad almeno 36 anni di contributi, avrebbe un costo che partirebbe da 1,2 miliardi di euro nell’anno 2022 per arrivare a 4,7 miliardi di euro a fine decennio. La terza ipotesi, la stessa presentata ai media da Tridico oltre due mesi fa, consentirebbe un’uscita a 63 anni di età calcolando l’assegno con il sistema contributivo e poi, all’età di 67 anni, la parte restante con il retributivo. Sarebbe l’ipotesi con minore impatto sulle casse dello Stato: nel 2022 costerebbe poco meno di 500 milioni di euro e a fine del decennio raggiungerebbe i 2,4 miliardi di euro annui.

La prima proposta è quella ovviamente più favorevole per i lavoratori, e personalmente giudico i conti paventati un po’ sovrastimati. Probabilmente l’Inps ipotizza che tutti i lavoratori aderiscano a questo istituto, ma l’esperienza ha dimostrato che non è così: molte persone, per vari motivi, preferiscono restare al posto di lavoro.
Le altre due proposte, sembrano più penalizzanti per i lavoratori, affidando il calcolo dell’intero l’assegno previdenziale al sistema contributivo. Siamo ormai al 26esimo anno di applicazione di questo sistema e gli effetti si stanno pesantemente vedendo: retribuzioni sempre più basse che faranno sì che con 40 anni di versamenti la pensione sarà mediamente al di sotto di 800 euro al mese.

Sarebbe auspicabile che nella nuova legge previdenziale si mantenga almeno un terzo di calcolo effettuato col retributivo, introducendo anche l’indicizzazione totale per bilanciare l’erosione dell’inflazione e, magari, un dimezzamento delle addizionali regionali e provinciali per redditi fino a 40 mila euro annui.

Mauro Marino, esperto in economia © riproduzione riservata

 

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