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Ilaria Meloni con la madre

La storia di Ilaria, attraverso una persona speciale

Quanti di voi seguono lo sport? Io non sono mai stata una grande sportiva, nemmeno amo guardarlo, non posso però dire la stessa cosa della persona di cui oggi racconterò la storia.

Lei è una ragazza, una grande sportiva, anzi di più: si chiama Ilaria Meloni ed è campionessa italiana di paraciclismo.

La prima volta che vidi Ilaria ero pronta a trattarla da ipovedente, quale lei realmente è. Invece mi trovai davanti una ragazza che poteva sembrare tutto, tranne che una che vede a fatica: camminava da sola per la stazione dei treni dell’aeroporto di Elmas, una ragazza semplice dal sorriso smagliante, un po' timida ma non troppo, con tante cose per la testa.

Sicuramente sulla sua storia ci sarebbe molto da raccontare: una laurea in scienze della comunicazione, varie coppe vinte e una fresca medaglia da campionessa italiana. Ma non è di lei che mi occuperò, non perché l’abbia già fatto o non ne valga la pena: c’è un’altra parte di lei che non è mai stata approfondita, una parte dolce, che l’ha aiutata a diventare quella che è ora, a non arrendersi davanti all’invalidità e a vedere il mondo nella giusta prospettiva. La sua mamma.

«Ilaria», racconta Maria Carmine, «era la terza di tre gemelli, con Elena e Federico.
Lei è quella rimasta più tempo in terapia intensiva neonatale: abbiamo scoperto che era ipovedente proprio lì, a causa di un’infezione agli occhi.
Il primario non escludeva peggioramenti e che potesse diventare cieca. Io gli rispondevo che sarebbe andato tutto bene e se la sarebbe cavata comunque. Ricordo che mi rispose “solo una mamma può sapere queste cose”.
Essendo una gemella non poteva crescere in una sorta di campana di vetro, ed è stata trattata esattamente come i fratelli. Le scuole le hanno frequentate assieme e con diverse strategie è sempre riuscita a stare al passo degli altri».

Maria Carmine racconta che colorava le righe del quaderno di Ilaria affinché le vedesse meglio. Vivendo in un piccolo paese, i bambini in classe erano pochi, ed ebbe la fortuna di essere seguita da vicino dalle maestre.

Ilaria ha frequentato assieme ai gemelli tutte le scuole, fino all’università, quando prese la difficile decisione di andare a studiare a Cagliari: lasciava il nido, dove aveva sempre vissuto protetta dalla famiglia.

«Io le dissi che era una buona idea e che ci sarebbe riuscita», continua Maria Carmine, «Ilaria era impaurita e sul punti di mollare, ma io ero sicura che ce l’avrebbe fatta.
Cosi è stato. Ha vissuto da sola e studiato fino alla laurea, tanto attesa e meritata».

Maria Carmine sospira e lascia un po' di spazio alla commozione: «il giorno prima di laurearsi Ilaria non riusciva a dormire. Io nemmeno. È stata un’emozione indescrivibile, una gioia e una soddisfazione immense: mia figlia era riuscita nella vita come avevo immaginato quando ancora stava in terapia intensiva».

Torniamo allo sport, che poi è il motivo che ha fatto incrociare a mia strada con quella di Ilaria.

«Ilaria ha sempre praticato sport», racconta la madre, «prima piscina, poi ciclismo, grazie a mio marito e mio cognato, che seguivano una società ciclistica per bambini.
Mi ricordo la sua prima caduta, paradossale, a bici ferma: si era rotta il mento».

La caduta non fermò Ilaria, che negli anni ha calcato le piste più importanti d’Italia, fino ad aggiudicarsi il titolo di campionessa italiana.

Una vita ricca di avventure e con pochi rimpianti. Un altro ritratto di una collezione che si arricchisce di opere d’arte, che amo guardare come fossi in una galleria.

Persone all’apparenza normali, ma che nascondono storie fatte di forza d’animo.
E vite, tutte da scoprire.

Federica Vacca ©riproduzione riservata

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