Disboscamento

 Guspini - Presentato nella sede Auser, “Colpi di scure e sensi di colpa”, di Fiorenzo Caterini

Per la Sardegna, le foreste rappresentano un bene collettivo di straordinaria valenza. Almeno metà del territorio regionale è ricoperto di boschi di lecci, sughere, castagni e roverelle, oltre ai ginepri presenti sulle alture e lungo le coste. Eppure, alla fine dell'Ottocento, gli ettari di bosco isolano erano meno di 100 mila.

Secondo l’antropologo Fiorenzo Caterini, autore del libro Colpi di scure e sensi di colpa, presentato sabato sera, a Guspini, nella sede Auser, la grande vocazione boschiva della Sardegna è un dato certo e inopinabile.

«Tutte le fonti che precedono l’Ottocento - ha spiegato Caterini - descrivono la Sardegna come un territorio traboccante di selvaggina e abitato da numerose specie animali, tra cui cervi, mufloni e cinghiali. Sono le testimonianze successive al Novecento a tratteggiare l’immagine di un’isola arida, un ammasso di pietraglia abbandonata, abitata da banditi e pastori, almeno a partire dal libro Pastori e contadini di Sardegna di Maurice Le Lannou», ha aggiunto l’autore, che ha inteso ricercare le cause di questo scenario nella trasformazione, sia economica sia culturale, della relazione dell’uomo con la natura.


Storicamente la Sardegna è stata caratterizzata da un’economia di sussistenza, basata sulla gestione comunitaria delle terre. Il bosco era una delle componenti fondamentali per la sopravvivenza della popolazione locale, a cui garantiva l’acqua, i prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, la legna per scaldarsi e per realizzare infissi e altre produzioni. La foresta era inoltre concepita come un luogo sacro, in cui albergavano le anime degli antenati, le creature immaginarie dell’inconscio e gli echi delle divinità.

Fu l’industrializzazione dell’economia a spezzare la preziosa connessione dell’uomo con la natura, dando vita a un disboscamento irrefrenabile e mutando, nel frattempo, la destinazione d’uso della terra. Per assecondare lo sviluppo industriale, il bosco si trasformò in una mera riserva di legname da destinare alla realizzazione delle ferrovie, delle fattorie e delle navi: «Dapprima demanializzati, con l’Editto delle chiudende del 1820, i boschi finirono per essere privatizzati e divennero oggetto di spietate speculazioni. Nel tempo, le foreste, progressivamente impoveritesi, alimentarono dapprima le produzioni a carbone e poi furono destinate esclusivamente alla coltura ovina, che segnò la definitiva cancellazione dell’originaria economia di sussistenza», ha proseguito l’antropologo.

«I sardi inizialmente si opposero allo sfruttamento del territorio, anche con lotte che costarono scontri e incarcerazioni, ma quell’abbrutimento della natura finalizzato al soddisfacimento degli interessi economici del mercato nazionale ed estero fu travolgente, persino dal punto di vista culturale», ha concluso Caterini.

La serata è stata anche un’occasione di confronto con la cittadinanza sui rischi legati alle nuove speculazioni economiche sul territorio.

Fiorenzo Caterini ha invitato i presenti - tra loro il vicesindaco di Guspini, Marcello Serru - a riflettere sulle scelte future, perché alla luce di quanto il territorio ha già conosciuto in termini di saccheggio, si rende necessario recuperare quell’antica connessione con la natura come antidoto all’attuale minaccia della speculazione energetica.

Alessia Caddeo (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) © Riproduzione riservata

Immagine in evidenza: un momento della presentazione con (da sinistra): Carmen Marongiu, Clelia Atzori, Fiorenzo Caterini, Manuela Manca e Antonio Congia

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