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Ladiri

 Medio Campidano  - Un approfondimento sulle attuali possibilità di conservare i centri storici / 1

I centri storici dei paesi del Medio Campidano vantano spesso la presenza di edifici in terra cruda. La tecnica di costruzione, che prende il nome di ladiri o ladirini a seconda della zona, prevedeva la fabbricazione di mattoni utilizzando un impasto di terra, acqua e paglia collocato in uno stampo e messo a essiccare fino a completa asciugatura.

Un patrimonio storico e architettonico che come è facile comprendere è per sua stessa costituzione fragile e ha bisogno di cure maggiori di quelle richieste dalle abitazioni moderne, anch’esse sottoposte a degrado se abbandonate: figuriamoci per le case in terra cruda, che sotto l’azione delle piogge persistenti (inserire link) possono tornare a trasformarsi in un ammasso di fango.
Da qui la necessità di una legislazione che ne consenta e renda conveniente la loro manutenzione.

Le normative attuali

La legge regionale 29 del 13 ottobre 1998 nacque per valorizzare le risorse immobiliari disponibili sul territorio, considerando la riqualificazione e il riuso dei centri storici di interesse.
Venne istituito un repertorio regionale dei centri storici che comprendeva i comuni caratterizzati dalla presenza di edifici architettonicamente rappresentativi per testimonianza storica. Venne redatto un programma annuale per i centri storici a seguito del quale la Regione avrebbe erogato contributi.

Nacque un suddivisione dei centri abitati per zone urbanistiche omogenee , la zona A è il centro storico; B è la zona di completamento; C la zona di espansione e così via. Per l’alto livello di tutela al quale è sottoposta la zona che individua il centro storico, è divenuta in realtà , in qualche modo la più svantaggiata.

«Questa convinzione – ha spiegato l’architetto Alessandro Pusceddu – probabilmente inizia a diffondersi da quando il Piano Paesaggistico Regionale (individuati i centri di prima e antica formazione) ha stabilito che nei comuni non dotati di Piano Particolareggiato fosse possibile mettere in atto solo interventi di “manutenzione ordinaria e straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo […], nonché di ristrutturazione edilizia interna”. Si sente infatti spesso ripetere la frase “siamo in centro storico e non ci fanno fare niente”».

I comuni non hanno autonomia in materia

In ogni comune è presente uno strumento urbanistico che disciplina la gestione delle attività di trasformazione urbana e territoriale: il Piano Urbanistico Comunale. Questo viene applicato attraverso altri strumenti, detti appunto “piani attuativi”, come per esempio, i Piani particolareggiati dei centri di prima e antica formazione (Ppcpaf).
C’è poi il ruolo delle regioni, che nella loro attività di legiferazione in materia urbanistica, abbracciano diversi aspetti del territorio; non solo quelli urbanistici ma anche quelli riferiti al paesaggio.

Per questo motivo le leggi regionali a tema urbanistico si devono allineare a quanto viene previsto dalle leggi nazionali anche in materia di paesaggio, edilizia, procedimenti amministrativi e così via. Il Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna è coerente con il codice nazionale dei beni culturali e, casomai, può solo prevedere norme più restrittive.

Ne consegue che anche i Piani Urbanistici Comunali e quelli particolareggiati devono essere coerenti con le normative di rango superiori, sia quelle urbanistiche sia quelle squisitamente di natura paesaggistica. Il problema per tanti centri del Medio Campidano è che spesso, troppo spesso, questo quadro normativo che nasce per difendere i patrimoni architettonici storici, finisce con disincentivare gli investimenti dei privati per la loro manutenzione, in quanto troppo onerosi, con il risultato, ultimo, di contribuire alla perdita di ciò che si vuole difendere.

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Valentina Vinci © Riproduzione riservata


Immagine in evidenza: Fotogramma tratto dal cortometraggio "Ladiri", di Andrea Mura

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