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Aereo in fase di bombardamento

 Gonnosfanadiga - Una ferita ancora viva nella memoria di molti

Il 17 febbraio ricorre il 78° anniversario del giorno in cui gli anglo-americani portarono la morte a Gonnosfanadiga, un micidiale carico di bombe fu sganciato sulla popolazione civile senza pietà.

Dopo tanto tempo e tante ipotesi, credibili e suggestive, è ancora ignoto il motivo per cui venne commesso un crimine di così vaste proporzioni, che ha conferito al paese il triste primato del più alto numero di vittime in rapporto al numero di abitanti.

Gonnosfanadiga ricorda i 120 caduti e i 350 feriti anche per sollecitare chiarimenti su quella azione feroce contro una popolazione disarmata, colpevole solo di aver salutato il passaggio degli aerei americani.

Una ferita che i gonnesi ancora ricordano bene, per esperienza diretta o tramandata, come racconta Ilaria Pani, nipote di Maria Putzolu: «nonna Maria è nata a Gonnosfanadiga il 24 maggio 1918, oggi ha 102 anni. Quel 17 febbraio del ‘43 era una giornata di sole e molta gente in paese, dopo pranzo, era fuori nei cortili a chiacchierare.
Nonna era andata in campagna a Cadumbu (località collinare) a seminare il prezzemolo. I genitori erano morti da poco e nella loro casa, in via Marconi, c’erano, oltre le quattro sorelle (Lucia, Caterina, Giovanna e Anita), una loro amica e un bambino di quattro anni.
Nel pomeriggio gli aerei sorvolarono Gonnosfanadiga; sentendo il forte rumore mentre Anita, Giovanna e il bambino rimasero fuori, incuriositi a guardare, Caterina e Lucia si rifugiarono dentro casa. A un certo punto gli aerei iniziarono a sganciare le bombe e due spezzoni colpirono il cortile, uccidendo tutti sul colpo. Le due sorelle maggiori si salvarono perché nascoste in casa per la paura».

Diretta è la testimonianza di maestra Barbara Diana, che racconta: «Avevo 6 anni, ma lo ricordo come fosse ieri: ero all’asilo, giocavamo nel giardino, a fine ricreazione la suora ci aveva riportate in aula, quando cadde la bomba.
La suora si mise le mani nei capelli, ci disse che dovevamo pregare, ma io volevo solo la mamma, altro che pregare!
Poi arrivò mio papà che mi prese in braccio e solo alla sera mi raccontò che aveva dovuto raccogliere i corpi dei morti e soccorrere i feriti. Alcuni miei compagni sono morti, la mia amichetta del tempo perse il pollice a causa della bomba.
Tutti gli anni celebriamo una messa per ricordare quel triste giorno, ma ciò che ancora ricordo, invece con piacere, era la grande condivisione e la fratellanza di quel periodo: quello che avevamo in più lo offrivamo agli altri. Dobbiamo lavorare per la pace, e mi fa sempre piacere raccontare questo ricordo, anche ai bambini e nelle scuole: loro ascoltano sempre a bocca aperta».

Valentina Vinci ©riproduzione riservata


Immagine in evidenza: bombardieri americani in azione (gentilmente concessa dall'archivio villacidro.net)


Foto sottostanti: Maria Putzolu e Barbara Diana

MariaPutzolu

Barbara Diana

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