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I due fratelli

«Fradi miu - trassò lacrime - agiùdas puru su fàmini miu. Abarràu ‘nd’est de cussu sèmini? Mancài una buciconàda sceti!»

Benché sospettasse lo avesse rapito e ucciso lui il cane, cuore generoso e anima pia era Luìsu, da donargli senza rancore l’ultima manciata.

Boìcu stupì di simile dabbenaggine, tanto che se ne uscì in fretta e furia senza salutare. E consumata in stridere di cerchioni la polverosa tratta da Las Plassas a Furtèi, non attesero l’indomani aratura e semina.

«Talmente ne farò ricchezza - smaniava - che neppure il re di Sardegna!»

Ma che orrore. Non oro germogliò la terra, solo nauseabondo marciume peggio di un cimitero di carogne. Da smarrirne Boìcu il lume della ragione e maledirlo alla stregua di un avversario di faida, suo fratello.

«A ti bi’ purescèndi in sa pròpiu manèra!»

Fervevano intanto i preparativi per l’annuale visita a Las Plassas del ricco feudatario aragonese, forte e sicuro nel suo castello, appollaiato sul colle come un’aquila attenta. Polveroso possesso del Giudicato di Arborea, per esso bene svolgeva l’importante funzione della roccaforte di confine. Fino a che la battaglia di Sanluri del 1409 lo fece definitivo dominio del nuovo dominatore aragonese. Mantennero viva, i nuovi padroni, la gloriosa sua funzione per oltre un secolo. Poi molto tristemente venne abbandonato al becco d’avvoltoio del tempo, fino agli odierni resti putrefatti di carogna.

Su Conti - così i popolani erano usi chiamarlo - col giungere colorato della primavera sempre visitava il piccolo borgo, festeggiato dai quei sudditi in fondo affezionati. Che padrone e straniero, d’accordo, tutto sommato si era dimostrato giusto e generoso. Fino a dove, perlomeno, a un nobilotto aragonese poteva riuscire di arrivare. Così Las Plassas si imbellettava per accoglierlo del giusto ossequio quando - anima instancabile - Mìgia rivolle in sogno visitare l’amato padrone, scodinzolante in occhi devoti.

«Raccogli le mie ceneri in un’urna - pareva volergli dire - poi appena su Conti giungerà al villaggio dal suo castello, versagliele sul capo!»

Fu fra tutte la richiesta più strampalata, ma Luìsu conosceva il suo cane e così si preparò a fare. Raccolse le ceneri e le depose in un’urna intagliata, per rovesciarle sulla testa del feudatario al passaggio festoso sotto la sua finestra. In meno che non si dica, i soldati lo presero e lo insalamarono.

Ma quale delizia, avvenne. Le ceneri mutarono in profumati petali di rose, da omaggiare il titolato di rossa ed elegante corona, che il popolino intero esplose in uno scroscio di applausi. Tanto che su Conti, invece di lasciarlo in catene, abbracciandolo gli tributò pubblico e amicato abbraccio.

Fu troppo per Boìcu, giunto da Furtèi per la festa. E salite furtivo le scale della casina fraterna, raccolse dal davanzale della finestrella una discreta manciata di cenere lì rimasta. Quindi arrampicò l’alto albero all’uscita del villaggio e lì attese, gufo impagliato, il ritorno al castello del feudatario.

Tempo un’oretta e il corteo giunse, perché il vecchio gelosone riversasse sul nobile capoccione il cospicuo residuo di cenere. Ma non petali di rose lo coronarono, bulbi invece, marciti e nauseabondi peggio che avanzi di carogna. Imprigionato venne sul posto decapitato all’istante, d’abitudine speculandoci il motto popolare, a goderne i focolari nelle sere d’inverno.

In sordo schioccare di frusta
la vita all’avido acclara
che quando la schiena gli ara
ai solchi dà semina giusta

 

Fine terzo episodio

Ignazio Pepicelli Sanna ©riproduzione riservata
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