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I due fratelli

Il vecchio conosceva il suo cane, pertanto lo lasciò sudare restandosene seduto su un perdigòne in attesa paziente, all’ombra di un ginepro.

Fino a quando, zampettato profondo un bel poco, non spuntò dal terriccio la superficie di una cassa di leccio ancora in buono stato.

«Sàntus de su celu - si segnò Luìsu - unu cristiànu bocìu!»

E si preparò a riammantarne l’eterno riposo.

Mìgia però, che era bestia di sentìdu, scodinzolava troppa gioia per avere commesso sacrilegio.

«Ita c’est ingùni a intru?»

E ne scoperchiò il tesoro in mormorazione di abrèbus.

«Sàntus de su celu - si risegnò Luìsu - est impròdu de su dimòniu!»

Pensò però poi che i poveri dell’intera Marmilla avrebbe potuto aiutarci, senza concedersi alla superbia. Cuore generoso e anima pia, confessato e comunicato alla domenica, umile e amichevole come prima. Benché lui e Mìgia vissero ora decisamente meglio.

Il fatto guizzò per i villaggi del Medio Campidano simile alla lucertola sui muri, rintronando più che altre le instancabili orecchie di Boìcu. Al solito. Di ognuno gelosando e da ognuno pretendendo, cosparse di ossi la via da Las Plassas a Furtei. Ma Mìgia era ormai avvezzo alla ciccia, pertanto non offerse dalla cuccia che un satollo sbadiglio.

Boìcu profittò del pisolino a pancia piena - tale e quale il padrone, Mìgia - per infilarlo in un sacco di iuta e caricarlo sul carretto. Allora via a Furtèi, dove di oro - maledizione - neppure uno sfocato luccichio.

A casa lo tenne legato alla corda la notte intera, poi l’indomani lo ricaricò sul carretto tutto infagottato. E via a Las Plassas, al campo del tesoro.

«E imòi pònis ùngas - digrignò i denti Boìcu, lui cane davvero - asinùncas ti lassu sentz’ ‘e papài mancài dùas cìdas!»

Apparentemente rassegnata, la povera bestia grattò in diversi punti, per non riportare ogni volta alla luce che i resti maleodoranti di una carogna. Tanto che Boìcu ne smarrì il lume della ragione, talmente preda di rabbia accecata da uccidere il cane incolpevole a colpi di badile, per gettarne la notte il corpo straziato nel giardino del fratello.

«A ddu cumprèndi tui puru - sbavava il suo vaneggiare assassino - a chini si dèpit arrispètu!»

Luìsu lo pianse a lungo il suo Mìgia, poi lo seppellì sotto l’albero di limoni, dove in vita tanto amava godersi l’ombra del pomeriggio.

Quella notte stessa il cane gli apparve in sogno, sempre scodinzolante e fissandolo dei suoi occhi devoti.

«Asciuga le tue lacrime padrone mio - pareva volergli dire - perché la mia morte ti arrecherà fortuna!»

«La migliore fortuna - sconsolò risposta il vecchio - sarebbe averti qui!»

«Scava sotto l’albero dei limoni - sembrò non udirlo la bestiola - ma dalla parte opposta alla mia fossa. Non ne riceverai che bene!»

Al risveglio Luìsu quasi ne rise, ma sapendo le meraviglie del suo Mìgia lo volle ascoltare come da vivo. E fece bene. Perché là sotto trovò un sacco di iuta ricolmo di semi da cui ottenne una messe di grano memorabile, in quantità quanto in dorata qualità.

Il buonuomo ne fu felicissimo. Non tanto per se stesso, giacché vecchio era, ma per i tanti poveri della Marmilla che ci avrebbe sfamato.

«De sa Marmilla? - esultò - Ita seu narèndi. De totu su Campidànu!»

Il fatto guizzò per i villaggi del Medio Campidano simile alla lucertola sui muri, rintronando più che altre le instancabili orecchie di Boìcu. Al solito. Di ognuno gelosando e da ognuno pretendendo, ingoiò l’orgoglio peggio della più amara medicina e fece visita al fratello.

 

Fine secondo episodio

Ignazio Pepicelli Sanna ©riproduzione riservata
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