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La casa di pietra

«Quando il mare adombra - confessò - pare le sue onde vogliano versarsi sulla mia innocente casina e distruggerla. Come lui il vento, che immenso cerchio di avvoltoi feroci stride e si solleva su quelle montagne d’acqua chiassoso e violento. Io immagino allora che tutto intorno a me sia per venirne travolto. E la casa all’uscita di Barumini non appare che un giallo pampino in balia del turbine potente!»

Per la prima volta Truncu chiese e ottenne parole alla fronte.

«Questa tua dimora di rami e di paglia - e si gonfiò che manco un galletto da battaglia - è come te delicata e indifesa. Una impenetrabile ne eleverò delle pietre che la mia forza saprà rubare ai colli. Dolce sentirò la fatica di rotolarle a valle!»

«Lo voglio!» arrossì lei, col cuore che forte le sportonava in petto.

E così avvenne, edificando i giovani sul sicuro rifugio gioia immediata e futuro prolifico di figli.

Non spiacque mica ai Baruminesi quella casa di pietra capace di opporsi sfrontata alle sferze del vento Maestro e alle nocche dei marosi. Appariva salda e superba, ma pure slanciata, ditone di chissà quale dio puntato al cielo. Pareva una testa di ariete rubata alla forgia del fabbro e confitta in terra alla stregua di un monolite. A elargire maestosità alla valle, diritto e maestoso come un principe, solitario come un pellegrino. E da ispirare, in onore al gigante buono della vicina Tuili, novelli alati mottetti.

La Marmilla ha il suo villaggio
che al futuro non arretra
e ai nemici in tristo viaggio
opporrà case di pietra

Ma non batteva più pendola di elevare lodi soltanto.

«Giungono dal mare pirati e usurpatori - intristì ammonendo un vecchio - in navi e armi inuse alla sconfitta. Potenti si fregiano dei nostri giovani ed eterni delle nostre donne. Ma io dico che tremerebbero a sapere il nostro orgoglio plasmato su roccia inviolabile. Sugli spiriti di pietra il mare salato d’isola non scorre e non rinasce. Neppure il cielo gravido ci si fa torrente. Ne ridono, anzi, di quell’arrossarsi del sacro fuoco!»

«Tu parli bene - lamentò un giovane che issava fiero lo sguardo - ma chi di noi saprebbe sollevare gli enormi massi? Mica possediamo noi, minuti esseri, la forza di Truncu

«La forza di Truncu? - arrossì d’ira il vecchio - Tutti l’abbiamo. Perfino io, braccia e gambe sfiniti tralci da segare!»

Parlava Follixèdda, l’attempato saggio con l’anima di pastore giunto a Barumini da Tuili sul suo asinello. Ma se tutti sembravano ascoltarlo dello stesso rispetto dei Tuilesi, questa volta nella testa semplicie dei paesani sonagliava il sibilare biforcuto del dubbio.

Sembrò rendersene conto il sapiente, che infatti prese a tuonare voce di temporale d’agosto, ritto sul suo molentèddu come un condottiero.

«Ebbene sì - esagerò - assai più possenti di Truncu noi siamo. Accende ed espande i cuori il dolce sentimento verso la propria donna, però il senso della giustizia lo sopravanza, il desiderio di crescerli in pace i nostri figli. Perciò dimostreremo, a chi vorrebbe calpestarci, che non esseri invincibili ma popolo fiero e risoluto siamo. Unico braccio da cui la potenza di mille mani scaturisce miracolosa, steli d’avena dalla terra feconda!»

Non parlò mica invano quel dritto di Follixèdda.

I nuraghi, solenni costruzioni megalitiche, si levano oggi ancora numerosi sull’isola di Sardegna. Arroccato e arrocato eco di quella gente misteriosa e antica. E Barumini - a eterno ricordo di Truncu e di Trìgugrògu - netti li mostra nella loro mastodontica evidenza, più alati dei popolani versi della tradizione. Tanto che come in vita, ne protegge ora tacito il riposo eterno, anch’esso di pietra.


Fine terzo episodio

Ignazio Pepicelli Sanna ©riproduzione riservata
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