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La casa di pietra

Temendo però di giungere a bottega troppo presto - carrettone che era - e trovarla ancora serrata, si scarpinò e sudò sano sano una specie di giru de sa sposa, quasi volendolo sorprendere alle spalle il laborioso villaggio di Barumini tutto sbadiglioso. E lì, alla periferia estrema - non scorgevano gli occhi il grosso del centro abitato - gli rattristò il cuore una catapecchia di legno marcito col tetto di paglia mezzo scoperchiato, certo dal vento.

Con cura ne ramazzava la soglia una giovinetta sola e graziosa sotto quei cenci laceri ma puliti. Non abbronzava quanto le altre popolane la ramata carnagione lucente, e manco spalancava occhi neri colmi di fierezza. Era invece candida e bionda, forse sbarcata bambina da lontane sponde. Per ciò tutti a Barumini e dintorni erano soliti chiamarla Trìgugrògu.

Persa nel frenetico ramazzare soglia e pensieri, neppure si avvide di quel carrettone di Truncu, che ebbe tempo di sistemare la sua massa enorme al riparo di una quercia secolare più grossa di lui. La ragazza l’aveva a dir poco folgorato, ma certo l’avrebbe spaventata palesandosi d’improvviso, carrettone che era. Risolse di mostrarsi - alla buonora - solo quando finito di ramazzare quella sedette sul gradino dell’uscio e aprì in un gran pianto le paratie degli occhi. Diluviavano salati goccioloni.

«Che hai da piangere così di soverchio?» raddolcì voce Truncu.

Vedendolo, Trìgugrògu rabbrividendo trasalì, tutta tutta rannicchiandosi e stringendosi sul quel gradino. Pareva un cespuglio di macchia ai piedi del monte. Ma l’omone, chinandosi il più che poté per ammirarla, le sorrise.

«Guarda che non ci penso proprio a farti del male!»

Intimoriva Truncu di spalle larghe - carrettone che era - ma mareggiava due occhioni azzurri e dolci. E in quella distesa di cielo lei parve leggerci alla pari dei pastori il sereno, in dissipare di pioggia. Perciò di suo sorrise un accaldato raggio di sole che asciugò le lacrime all’istante.

Truncu traballò di gambe come neppure avrebbero potuto causargli cento spaccatori di pietre desiderosi di spaccargli il capoccione pure di pietra.

«Che ci fai qui - arrischiò - misera e sola peggio di una pellegrina?»

Pertanto Trìgugrògu - in fiume di parole come prima di lacrime - raccontò di essere stata allevata da una buona donna del villaggio che ritrovata se l’era un lontano mattino infagotta come una pagnotta sullo stesso scalino dove ora sedeva. Piangeva allora e piangeva adesso, quasi fosse un fato, vergato di sangue a un demone da chissà quale suo antenato.

«Più di una figlia mi tenne - un poco commosse - fino a che i miei anni da anni si fecero pecore e fino a che morì, Dio la tenga in gloria. Così restai sola nella capanna, a trascorrerci giorni tristi. D’inverno la voce roca del Maestrale nelle notti tempestose mi sgomenta. Lo stoccare del baleno e l’addentare del tuono mi singhiozzano sussulti di terrore. Vivo in continua pena. E le altre ragazze, così sicure, mi innaffiano sul cuore la gramigna dell’invidia e la vite dell’ammirazione!»

E chinò il capo, vinta dalla vergogna.

Dal canto suo Truncu pensò che sui troni dorati dell’Olimpo non sedevano creature leggiadre e luminose quanto Trìgugrògu.

«Potessi carezzare i tuoi capelli di grano - ancora azzardò - il mio cuore si farebbe ardito quanto l’ala dell’aquila!»

La bionda fanciulla, che coltivava animo delicato, si sentì avvampare da tanto appiccato e appiccicato ardore.


Fine secondo episodio

Ignazio Pepicelli Sanna ©riproduzione riservata
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