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Mascherina buttata a terra

Una riflessione da marciapiede

Resto sempre stupito e irritato quando vedo un fumatore lanciare con tutta la naturalezza possibile il mozzicone di sigaretta a terra. O scartare il pacchetto e far scivolare elegantemente la plastica che lo avvolge dal finestrino. Mi è capitato spesso di sostare in parcheggi e trovare per terra numerose cicche, frutto di uno svuotamento del posacenere dell’auto.
Tra i rifiuti urbani, il più subdolo è proprio il residuo che deriva dalla dipendenza da nicotina. Perché ci siamo abituati, rassegnati: il mozzicone non pare più ormai neanche un corpo estraneo sul marciapiede, per strada, nei parchi.

C’è da dire che non tutti i fumatori che conosco hanno questa abitudine. E ne conosco abbastanza. E allora mi viene da pensare che sono una persona fortunata a conoscere tabagisti educati, perché cenere, mozziconi, pacchetti, sono diventati parte dell’arredo urbano, a Villacidro come a Cagliari, al Poetto come a Monti Mannu.

A questi abbandoni, nell’ultimo anno se ne è aggiunto uno ancora più sgradevole e anch’esso impattante. Primo, perché ci ricorda con la sua presenza l'emergenza sanitaria, secondo, perché è molto più visibile degli altri. La mascherina.
La mascherina, sia essa chirurgica, Ffp2, di comunità, abbandonata al suo destino, è diventata il nemico pubblico numero uno, a pari merito con la plastica nei mari e le cicche di sigaretta.

Qualche dato: nel 2020 sono state prodotte, in tutto il mondo, 52 miliardi di mascherine monouso. Impossibili da riciclare, vista la composizione che combina varie plastiche, e la pericolosità nel maneggiarle una volta esaurito il loro ciclo di utilizzo.
Dove non sono disponibili termovalorizzatori (e le polveri sottili?) per distruggerle vanno a finire in discarica, sepolte, come a Villacidro. O in giro: per strada, nelle campagne, nei mari.

L’organizzazione per la conservazione degli ecosistemi marini OceansAsia comunica che nel 2020 il 3 per cento delle mascherine prodotte è finito in acqua. Un miliardo e mezzo di pezzi. Una quantità stimabile tra le 4680 e le 6240 tonnellate di presidi medico-chirurgici.
Quanto impiega una mascherina a decomporsi?  La stima è di circa 450 anni. E la loro decomposizione comporta il rilascio di microplastiche, che entrano nella catena alimentare della fauna marina e successivamente umana.

Fra qualche anno, la spigola la mangeremo farcita di spaventose quantità di idrocarburi sintetizzati, che già adesso stanno intervenendo pesantemente nello sviluppo delle giovani generazioni, al punto che alcune studi scientifici evidenziano la correlazione tra infertilità e plastica ingerita.
Che non è poca, ogni settimana ne introduciamo nel nostro organismo 5 grammi*, tra il cibo, l’acqua, addirittura l’aria che respiriamo. Il peso di una carta di credito.

La corsa ai ripari non è recente, se ne parla già da qualche anno, ma quest’ultimo 2020, oltre alle emergenze sanitarie, si porta dietro anche questa tara, nonostante la riduzione delle attività inquinanti a causa del confinamento.

L’altra faccia della medaglia, davanti allo stupore della natura che si è mostrata in grado di riappropriarsi dei propri spazi: dai canali di Venezia con l’acqua trasparente, ai delfini a nuotare nei porti.

* Ricerca condotta dall'Università di Newcastle (Sydney), commissionata dal Wwf.

Giuseppe Diana ©riproduzione riservata

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