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Le tre sorelle

 

Perdendosi in profondità le nodose radici dei secoli nel bosco del tempo, appena a Villanovaforru si ricorda che ci sbracciava di lena un giovane e robusto taglialegna, di braccia solide e spesse quanto i tronchi di leccio. I buoni popolani lo avevano per questo soprannominato brutzu, giacché la scure sua affondava il legno comènti sa lepa in s’arrescòtu. Non solo per se stesso, che a ogni sopraggiungere di inverno più di un focolare doveva romperci il salvadanaro su quei bicipiti rigonfi, che de sa pròpiu manèra i cuori delle giovinette - màrigas prènas erano - mandava in frantumi. Di contro i giovanotti, specie i più scagareddàti, lo detestavano. Ma lungi da misurarne i muscoli a sa strumpa, distanti il sicuro gli scagliavano i più inveleniti mottetti alla stregua di frastìmus lègius.

Fìntzas sègas a Planàrgia
trùncus fùlias in s’arrìu
ma ddas tìmis che pipìu
is sennòras de Angiàrgia

Lo sanno bene gli abitanti di Collìnas e quelli dei villaggi circostanti che il bosco di Santa Maria di Angiàrgia - la Madonna bambina - è luogo sacro, ognuno in ossequio al tacito accordo che anche il più serio motivo non sia ragione bastante ad arrecargli danno. Pertanto nulla di appartenente alla foresta può da essa uscire, sia una foglia ingiallita o un avvizzito rametto. Figurarsi interi tronchi di olmo o di pioppo. E Brutzu, timorato che era, di osare il bosco giammai aveva abbozzato un solo azzardato pensiero.

Fatto sta che, peggio di una febbre cattiva, prese a diffondersi in paese la convinzione di lui meda scafu e pagu sùcciu. Cioè un codardo. Da perfino mutarsi in risolini beffardi lo sbattere di cuore e di ciglia de is bagarìas.

Risolse che aveva da porci rimedio.

«Sa medi de su celu - si convinceva - chi diadèrus est sa mama de Dèus, m’hât cumprèndi e cumpadèssi

E un bel dì de cenàbada, al primo occhiolino dell’alba, da Villanovaforru mosse a piedi verso il bosco sacro di Collìnas. Il passo talmente rallentato di colpa che ci giunse a soli pesàu de diòra. La scure ne luccicava.

Quindi un colpo, de aìci sganìu che appena scalfì la corteccia. Il secondo si fece attendere, sceti de pagu prus barròsu. Poi il terzo. E il quarto. E il quinto. In sensibile crescendo, fino a indemoniare di lama e di muscoli sui poveri tronchi incolpevoli. Quanti ne aveva buttati giù? Unu scantu.

Lo fermò solamente la pioggia, giunta inattesa e improvvisa, simile a un pianto di cielo. Alla pari dei suoi colpi d’ascia, dapprima timorosa poi via via crescendo, fino a satanassare dello stesso modo. Brutzu a mala pena trovò riparo sotto un provvidenziale spuntone di roccia.

«Ge acàbat coitèndi!» si diede coraggio.

Invece ci fece notte là sotto, tremante di freddo. E, stavolta sì, di paura.

«Santa Maria de Angiàrgia, mancài pipìa, s’est arrinegàda

La tempesta ululava che manco un branco di lupi, quando il vento gelido di Maestrale gli mulinò sugli occhi sbarrati una specie di vortice bianco e verde. Pareva impasto di neve e di foglie.

«Sàntus de su celu - invocò Brutzu - agiudaimì

Neppure il tempo del segno di croce, che quello cessò di roteare per farsi figura di donna. Bellissima, avvolta di una lunga veste bianca. Ai capelli e ai polsi e alle caviglie altrettanto lunghi nastri verdi. Avanzava verso di lui sospesa sul terreno impantanato, gli occhi più gelidi del vento Maestro.


Fine primo episodio

Ignazio Pepicelli Sanna © Riproduzione riservata

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