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Cara redazione Il Sardington Post

Cara redazione Il Sardington Post

Nella speranza che qualcuno ci aiuti, ho pensato di scrivervi.
Mi chiamo Michela (nome di fantasia), ho 44 anni, sono titolare di una partita Iva a regime forfettario che mi permette di campare.
Le collaborazioni sono saltuarie: certi mesi si lavora; altri no e, in questi ultimi, si spende tutto quel poco che si è guadagnato, per portare cibo in tavola.
Può sembrare una banale lamentela. Ma, in realtà, scrivo per comunicarvi tutta la mia amarezza, delusione, verso uno Stato e una Regione, che sembrano presenti solo quando c’è da chiedere conti ai contribuenti onesti.
Ci sono anch’io nella lunga lista di chi attende, con ansia e turbamento, il bonus da 600 euro per il Covid-19: sussidio che mi spetta di diritto da quando il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, aveva annunciato che avrebbero stanziato aiuti per la nostra categoria, e ancora non avevano pensato di includere altri beneficiari.
Il mio commercialista mi rassicurò: “Guarda Michela, voi liberi professionisti, con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, ne avete diritto al 200 percento”.
Non ci volevo credere che, per la prima volta, un governo italiano avesse pensato di aiutare prima le partite Iva, soprattutto quelle con fatturato annuo basso.
Sembrava un sogno.
Quindi, dallo studio del commercialista è stata inoltrata la mia domanda, e l’Inps l’ha protocollata cinque giorni dopo.
Da quel giorno, è passato oltre un mese e la pratica risulta ancora “in attesa di esito” (sembra una gravidanza).
Un sogno diventato presto un incubo, man mano che si apprendeva che amici, parenti e conoscenti, taluni senza troppe difficoltà economiche e senza aver smesso di lavorare durante il lockdown, lo avessero ricevuto nel giro di pochi giorni.
Un incubo trasformatosi ora in realtà, ora che non ho più soldi neanche per mangiare.
Ho provato a esprimerlo sui social, ma ci ho rinunciato: gli ottusi negano l’evidenza, arrivando anche a insultare.
Altri ancora sostengono di averli ricevuti e, verificando a occhio nudo, vedi che possiedono auto nuove e costose, case di proprietà, camper e altri beni di lusso.
Ti chiedi quindi con quale assurdo, vergognoso e amorale criterio siano state valutate le domande ed erogati subito quei soldi e non quelli di chi ne ha realmente bisogno. Forse col solito criterio dei dipendenti pubblici che pensano “l’importante è che arrivi lo stipendio a fine mese”?
Stipendio che, mi duole ricordarlo a chi lo dimentica spesso, è pagato dalle nostre tasse; e non dall’alto dei cieli o dai dirigenti a cui fanno la riverenza.
Qualcuno ci fa capire chi se ne sta occupando e a chi dobbiamo rivolgerci per chiedere e avere spiegazioni?
Se chiami il call center dell’Inps e riesci a trovarlo libero, l’operatore telefonico suggerisce di attendere che la pratica sia conclusa, o di contattare la sede provinciale. Se contatti quest’ultima, e sei così fortunato da trovare l’impiegato che risponde, neanche lui sa come esserti d’aiuto.
Nessuno sembra riuscire a sciogliere l’enigma.
Gli enti con cui collaboro non mi consentono ancora di riprendere a lavorare, il tempo passa, la disperazione sale e non si vede barlume dentro il tunnel.
Per quanto mi riguarda, solo una cosa sembra essermi rimasta solida: la dignitosa fierezza di potermi almeno vergognare di essere italiana e, ancor più, sarda.
Perché, se è vero che prima o poi il Coronavirus sarà sconfitto, le anime degli “ultimi”, avvelenate e violentate dalla malapolitica e da un apparato pubblico marcio fino all’osso, rimarranno intossicate.

(lettera firmata)

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