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Viaggi della speranza: il turismo dentale spiegato da dottor Pietro Floris (informazione pubblicitaria)

“Viaggio della speranza”: così viene definito il turismo dentale, fenomeno che sprona gli italiani a recarsi all’estero per “risparmiare” sulle cure odontoiatriche.
Dottor Pietro Floris, titolare del Centro odontoiatrico “La Casa del Sorriso” di Cagliari e Sardara, professionista operativo da 35 anni e specialista in ortognatodonzia, spiega quali fattori determinano i prezzi delle prestazioni mediche e quali motivi spingono numerosi sardi a partire verso cliniche estere per curare i denti e farsi impiantare protesi fisse “a basso costo” e in tempi celeri, soprattutto in Moldavia e nei Paesi dell’ex Jugoslavia, come la Croazia.
Come si lasciano convincere?
«A quanto pare anche nell’isola ci sono procacciatori che, definendosi dentisti, attraggono i nostri corregionali affinché si affidino agli ambulatori croati o moldavi. Fanno da tutor, da ponte, per guidare i pazienti a destinazione», spiega dottor Floris che, ritenendo il fatto anomalo, afferma: «Un bravo dentista, competente, non manderebbe mai qualcuno a curarsi in un altro posto. Terrebbe il paziente tutto per sé».
Costi e burocrazie differenti
«Effettivamente i prezzi sono più bassi – ammette l’odontoiatra – ma occorre considerare le differenze sostanziali tra uno studio dentistico, ad esempio in Moldavia, o Croazia, e uno in Sardegna e in altre regioni d’Italia». I costi per il locale, il personale, i contributi, le tasse e i sistemi di sicurezza, sono diversi. «Un locale in affitto in quei Paesi – precisa – ha un costo di circa un quarto rispetto a un locale di Cagliari, Sardara o Milano. In Italia, per assumere un’assistente in modo regolare e con tutti i diritti, occorre pagare un doppio stipendio: uno per lei e uno di contributi. In Croazia, invece, uno stipendio è molto più basso, ancor meno in Moldavia, dove sono inferiori anche i contributi e le tasse da pagare».
Ad aggravare i costi, anche le norme imposte dall’Unione europea che non vigono invece nelle strutture odontoiatriche estere: controlli di sicurezza, dei prodotti marchiati CE, dei dispositivi medici e del manufatto protesico.
«Un operatore sanitario – specifica il medico – deve svolgere il 70 percento di tempo in burocrazia e, se prima era sufficiente un solo assistente, oggi è impossibile. Occorre avere il commercialista, almeno un collaboratore, un consulente del lavoro se si hanno dipendenti, e i consulenti delle varie spp (servizio di prevenzione e protezione). Per essere a norma, il dentista in Italia spende. Questo determina un ulteriore aggravio verso il paziente, che però è sicuro di rivolgersi a un professionista che segue tutte le regole per la sterilizzazione, la disinfezione, per la sicurezza di chi, in quel momento, sta operando con lui. E per la certificazione che documenta com’è nato quel prodotto che il paziente ha in bocca: ossia l’odontotecnico che l’ha creato, il tipo di materiale usato, chi glielo ha posizionato, come e quando, giorno e ora esatta».
La percentuale di sardi che si rivolge agli ambulatori esteri?
«È molto alta, soprattutto nel centro e nel nord Sardegna. A Cagliari forse questa mentalità non si diffonde perché il capoluogo sardo ha una buona struttura odontoiatrica. Gli studi dentistici presenti nel territorio cagliaritano sono numerosi. C’è un radicamento e una capillarizzazione abbastanza vasta. È difficile che il paziente si faccia prendere da queste illusioni. Inoltre c’è molta competitività. Quindi anche i prezzi vengono adattati alle esigenze del paziente medio».
Cure “in 24ore”
Secondo dottor Floris, un’altra anomalia del turismo dentale è la pubblicizzazione di ripristinare “una bocca intera in una giornata”. «In questi Paesi – spiega – annunciano di dare il definitivo in 24ore. Ma, per quel tipo di operazione, abbiamo bisogno di un tempo determinato, che non è certo di ventiquattr’ore. Un prodotto così importante, in una giornata, si dà solo con un provvisorio, con tutte le problematiche che potrebbe dare il provvisorio, e con la probabilità di dover tornare in studio, quando è necessario».
L’odontoiatra cagliaritano non ha dubbi: 24 ore sono insufficienti a garantire un’operazione definitiva. E “questi viaggi della speranza” gli rammentano i “viaggi americani” della chirurgia estetica. «Anni fa – ricorda –, siccome in America la medicina estetica era carissima, i cittadini americani meno abbienti si recavano in Messico, con dei pullman ad hoc, in cliniche farlocche dove usavano sacche di silicone, di dubbia provenienza, avviando un processo irreversibile per la salute del paziente».
Un “dentista amico” costa meno
«La disponibilità di un dentista locale – sostiene dottor Floris – è un valore che non si può eguagliare a niente. Un dentista di fiducia aiuta anche dal punto di vista economico. Se un dentista è amico, il paziente gli confida i suoi problemi finanziari, e lui sicuramente lo agevola. È più facile gestire assieme quello che il paziente vuole dal punto di vista operativo e finanziario».
La politica agevola la categoria in regola?
«No – risponde categorico il dentista che, nel 2006, sollecitò le istituzioni pubbliche a farsi carico di quelle prestazioni odontoiatriche che i pazienti in difficoltà economiche non possono permettersi.
«Se almeno ci venissero incontro – esorta – consentendoci di scaricare certe spese al 100 percento, o aiutando coi corsi di formazione specifici. Noi abbiamo spese anche per la radiologia. Siamo controllati come se le apparecchiature radiologiche fossero armi. Un controllo severissimo. Paghiamo molto cara anche l’Inail. E ogni anno viene effettuato un controllo con un fisico per le emissioni di raggi e la protezione verso il paziente e le assistenti che lavorano in studio. Tutto a spese nostre. Spese che ricadono poi sul paziente».
Non solo politica
Secondo Floris, il problema è però anche riconducibile alla mentalità italiana, al modo di percepire la figura del dentista e dei professionisti in genere. «Per la politica – dichiara – il professionista è visto come elemento da strizzare. Sembra quasi si voglia colpire chi sta bene e paga, per far diventare tutti persone meno agiate. Ma in Italia tutti sembrano avercela contro chi guadagna, o chi sta meglio. Pensano ‘il dentista è ricco, guadagna; perché devo dare soldi a lui?’. Preferiscono disprezzare un professionista del proprio paese, pensando che così non guadagna più. ‘Perlomeno non da me’, dicono. E s’ingarbugliano in questi meandri pazzeschi. Una politica all’italiana, anzi più sarda, dove si preferisce uno di fuori che un proprio concittadino che si è fatto le ossa per garantire un servizio utile alla comunità».
Nel Medio Campidano è un veterano del settore: è una garanzia?
«Non si tratta di venire da me o da un altro. Penso che il paziente debba scegliere il proprio dentista in funzione di varie cose. In primis, in base ai curricula dei dentisti. Oggi è molto semplice perché vai su internet e trovi tutto, anche il sito dell’Ordine dei Medici per verificare chi è iscritto regolarmente.
Anche l’ambulatorio dice tanto del medico: se è esposta una targa con le specializzazioni, se lo studio è pulito, se ha una segretaria e un assistente e come si presentano. Cose che segnalano se quel dentista ha investito molto sulla sua professione. E se quindi darà al paziente qualcosa in più. Se invece entra in uno studio, e non c’è nulla, oppure l’assistente risponde al telefono mentre stanno lavorando, il paziente capisce che quel dentista non ha investito nella sua professione e quindi non investirà nemmeno su di lui».
Il rapporto umano è una garanzia
«Un fattore importante – continua dottor Floris – è l’empatia, il rapporto umano. Se il rapporto tra medico e paziente si consolida, è un buon dentista. Se non si consolida, qualcosa c’è.
Quindi, come professionista, preferisco che il paziente venga da me perché è contento di venire da me, perché qualcuno glielo ha consigliato, perché ha guardato su internet e lì c’è tutto. Perché si è instaurato un rapporto di fiducia. E non perché sono “più bravo”. Queste sono stupidaggini. Anzi, chi sostiene di essere migliore, è peggio che mai».
«Inoltre è una garanzia avere più medici di specializzazioni diverse – aggiunge –. Il tuttologo andava bene 40anni fa, quando ho iniziato io. Oggi in odontoiatria ci sono numerose specializzazioni. Se uno studio ha più specialisti, significa creare lavoro, condividere il proprio guadagno con altri colleghi. Significa investire sul paziente e sulla qualità del lavoro. È come se si dicesse al paziente: “Guardi, io non lo so fare. Le farei male”. E quindi lo si mette in mano a un collega bravo. Però, nei limiti del mio studio. Non lo mando in un altro ambulatorio. E ancor meno fuori dai confini italiani».

Marisa Putzolu ©riproduzione riservata

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