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“Puttane, sciacalli e pennivendoli”: parlare a “vanvera” dei giornalisti

È vero, come hanno sottolineato i giornalisti de Il Fatto Quotidiano, che, nel caso del processo Raggi, alcuni giornali e alcuni giornalisti non sono stati corretti. Lo dimostrano titoli e articoli che sono risultati non veritieri.
Questo è un danno per la categoria dei giornalisti, soprattutto perché a scrivere notizie infondate e diffamatorie sono stati (erano e saranno) i grandi giornaloni. In questo modo si dà al lettore la percezione che tutti i giornali siano uguali.
E invece no.
In Italia, sono centinaia i piccoli giornali locali e migliaia i giornalisti che, con grande fatica e senza mezzi, né risorse, cercano di informare i territori su ciò che accade.
È vero anche che chi fa politica non dovrebbe possedere giornali o svolgere la professione di giornalista.
Dunque, non è certamente sbagliato che un politico reagisca e chieda giustizia, se ritiene di aver subito un danno da una testata giornalistica (purché non lo faccia a scopi intimidatori, come accade talvolta). Lo dovrebbe fare però come prevede la legge: tramite richiesta di rettifica, o querela.

L’insulto generico e di basso livello in termini di eleganza (“pennivendoli, infimi sciacalli, puttane”), che i due leader dei 5stelle, il vicepremier Di Maio e l’ex parlamentare Di Battista, hanno riservato alla categoria, denigrando tutti i giornalisti, paventa la possibilità che si rafforzi, in un contesto già di per sé complicato, il comportamento e l’atteggiamento scorretto (e scontroso) che spesso adottano alcuni rappresentanti istituzionali nei confronti dei giornalisti locali.
Da qui in avanti, dato l’esempio avuto dall’alto, anche i politici delle più piccole realtà potrebbero sentirsi, ancor di più, giustificati a non rispettare la professione giornalistica.

Un danno enorme scaturito proprio da chi dovrebbe, per primo, rispettare tutte le categorie lavorative, specialmente quelle composte, per la maggior parte, da persone oneste e laboriose.
La politica e le istituzioni devono dare esempio di civiltà. Ed è quantomeno particolare, per usare un eufemismo, che il ministro della Giustizia non si scandalizzi davanti a tali affermazioni.

Il linguaggio utilizzato dai politici dev’essere sempre esemplare.
Il loro verbo è seguito da tutti, anche dai bambini, dai giovani e dagli studenti. Dunque, sono questi i concetti, che si pensa di trasmettere ai cittadini del domani, sulla figura del giornalista: “puttane, pennivendoli, sciacalli”? E il prossimo epiteto da attribuire alla categoria, quale sarà: quello di “avanzo di galera”?
Possono le nuove generazioni crescere con parole cosi denigratorie contro i professionisti dell’informazione che, per intrinseca logica e definizione, sono “cani da guardia della democrazia”?

E a proposito di “puttane e sciacalli” e dell’istigazione all’odio verso chi cerca di raccontare fatti, non sono i giornalisti a mandare in guerra le persone e a farle morire.
Non sono i giornalisti ad impoverire un paese, un territorio o una nazione.
Non esistono giornalisti condannati per peculato.
Non esistono giornalisti con vitalizi, che godono di impunità e autocrazia.
Esistono giornalisti che mettono a nudo ciò che è pubblico.
Esistono i Bob Woodward e Carl Bernstein che, con coraggio, smascherano e mandano a casa il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon.
Esistono i Saviano con i loro Gomorra.
Esistono i Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo che denudano “la casta” con l’omonimo libro.
Esistono i giornalisti che vengono querelati dalla politica, anche locale, perché “colpevoli” di aver raccontato fatti pubblici.
Esistono quelli a cui vengono incendiate le auto.
Quelli che, specialmente nei piccoli contesti, a causa dell’omertà della gente, vengono emarginati: talvolta non rivolgendogli il saluto, che è poca cosa; altre volte ostacolandogli su tutto, che è più notevole.
E tutto perché il ruolo del giornalista è scomodo a chi governa.
Era così nell’era fascista. È ancora così nei paesi in cui vigono dittature e simili, dove i giornalisti vengono barbaramente uccisi e messi in galera. In Sud America, vengono massacrati e decapitati dai narcotrafficanti. Nelle realtà dell’Africa centrale, vengono fatti a pezzi e ricuciti con le braccia al posto delle gambe e le gambe al posto delle braccia, poi esposti in pubblico.
E quanti sono quelli (lasciati soli) ammazzati dalla mafia?
Qualunque sia la forma usata, palese o subdola, per alcuni il giornalista va zittito a prescindere.

La redazione de Il Sardington Post, pur consapevole e d’accordo sul fatto che le mele marce debbano sempre essere isolate, si dichiara “indignata” dalle parole pronunciate dagli esponenti nazionali del movimento5 stelle e, nel proprio piccolo e con umiltà, suggerisce di non parlare “a vanvera” dei giornalisti. E, per “vanvera”, s’intende il significato letterale e originario del termine.

Redazione ©riproduzione riservata

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