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Regione, Collu: “La legge non ostacola il comparto suinicolo sardo. Lo mette in sicurezza”

La legge regionale, che regolamenta la produzione del maialetto sardo e sta generando polemiche tra l’opinione pubblica, “è stata approvata per abbattere la peste suina, non per limitare la produzione agli allevamenti familiari”. Lo afferma il consigliere regionale Alessandro Collu che chiarisce: «Anzi, l’obiettivo prioritario è proprio quello di impedire il proliferarsi dei focolai di peste suina che si vengono a creare a causa della riproduzione incontrollata. E soprattutto di consentire l’esportazione dei prodotti suini sardi che ora, per legge, non possono essere venduti fuori dall’isola. Ora chi ha una scrofa in casa potrà farla accoppiare soltanto con un capo riproduttore (verro) degli allevamenti registrati, o tramite fecondazione artificiale. Il problema non riguarda tutti i 15.788 allevamenti di suini sardi, ma solo 314 allevamenti con orientamento produttivo di tipo familiare. Gli altri 15.025 allevamenti regolarmente registrati, con animali da riproduzione, potranno continuare a produrre e vendere maialetti come ritengono più opportuno».
Intanto dai banchi dell’opposizione, gli unici due consiglieri che si sono astenuti dal voto, Gianni Lampis e Paolo Truzzu, si sono mossi per chiedere una correzione di quella che definiscono “legge porcata”. Lampis è allarmato per il 90 percento degli allevamenti in Sardegna, “perché – motiva Lampis – se vorranno continuare ad allevare maiali in proprio, lo potranno fare a scopi esclusivamente familiari, dal momento che viene vietato qualsiasi tipo di commercializzazione”. Dello stesso parere Truzzu che aggiunge: «Nella tradizione sarda il maiale non è legato esclusivamente all’aspetto prettamente alimentare e di sostentamento, ma anche (e soprattutto) all’aspetto culturale, tanto da coniugare la tradizione ultra millenaria del porceddu come sinonimo di sardità. Con l’articolo 4, comma 2, la legge 28/2018 cancella millenni di tradizione alimentare e socio-culturale, a totale detrimento dei piccoli allevamenti familiari che soprattutto nelle zone interne dell’Isola costituiscono non solo un’integrazione al reddito, ma anche un elemento antropologico ed esistenziale».
Da qui la proposta dei due consiglieri di modificare il testo, stabilendo che ciascun proprietario di suini, ad uso familiare, possa avere quattro unità: tre scrofe e un verro, fertili e in grado di riprodursi, e generare una produzione massima annuale di 40 suinetti.
Se però, da un lato, i consiglieri di Fratelli d’Italia propongono una sostanziale equiparazione degli allevamenti familiari a quelli professionali, per evitare “eventuali fenomeni di abusivismo” e garantire “un’importante voce di integrazione del reddito per alcuni nuclei familiari”, il restante Consiglio regionale ha ragionato in altro modo e si è trovato d’accordo nel differenziare le due categorie, garantendo soltanto agli allevatori ufficiali la commercializzazione della carne suina e la consegna di verri a chi alleva maiali in casa per la produzione a uso familiare, “in modo da mettere in sicurezza il comparto e i consumatori”.
Citando il commento di un veterinario e dichiarandosi pronto a cambiare rotta se fosse necessario, il consigliere di maggioranza Collu ha spiegato la ratio dell’articolo contestato: «Esiste una legge nazionale del 2010 che impedisce l’allevamento di riproduttori per scopi hobbistici. Da 40anni si cerca di debellare la Psa (Peste suina africana) che ha fatto crollare l’economia del settore. Ad alcuni è stato chiesto più volte di mettersi in regola, ossia di registrarsi e comunicare alle Asl nascite, morti e macellazioni di maiali. Purtroppo, si stima che la maggior parte dei focolai di peste suina esplodano negli allevamenti per uso familiare. E, per un’azienda che ricade nel raggio di dieci chilometri da un focolaio di Psa, significa non poter spostare un proprio maiale dal capannone per settimane e settimane. Vuol dire migliaia di maialetti e suini praticamente senza controllo, o con un controllo solo marginale. Per decine e decine di allevamenti ufficiali, con partita iva, che hanno investito in strutture, macchine, capannoni, ecc., vuol dire vedere il lavoro di una vita crollarsi davanti. Senza contare che, a causa della Psa, i prodotti sardi ottenuti da suini nati e allevati in Sardegna, non si possono esportare. Neppure una salsiccia. Infatti noi importiamo il 60, 70 percento della carne suina, persino maialetti. Quindi, questa cautela regolamentata può essere un primo passo per garantire continuità e sicurezza a chi alleva in casa, per ottenere credibilità a Bruxelles, riprendere le esportazioni e uscire da un embargo che ha ridotto, quasi all’agonia, il comparto suinicolo sardo».

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