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Videosorveglianza negli asili e ospizi: intervista ad una psicologa locale

La Camera dei deputati ha approvato la nuova legge sulla videosorveglianza che prevede l’installazione di telecamere a circuito chiuso in asili nido, scuole per l’infanzia e strutture socio-assistenziali per anziani e disabili.
Le immagini saranno criptate e visualizzate soltanto dalla magistratura, e solo nei casi in cui venga sporta denuncia. La nuova legge prevede l’introduzione di test psico-attitudinali, a cui insegnanti, operatori socio-sanitari, educatori e infermieri dovranno sottoporsi sia al momento dell’assunzione, sia a cadenza periodica. Da anni, forse troppi, si attendeva una presa di posizione da parte delle istituzioni sull’argomento che da sempre divide gli italiani in favorevoli e contrari.
I pro-telecamere sostengono la necessità della loro presenza, per poter intervenire subito in caso pervenga il sospetto di maltrattamenti e garantire la sicurezza di minori e anziani. Quelli contro invece mettono in dubbio la correttezza delle riprese, sostenendo che s’incorre nel rischio di violare la privacy. In questi anni di attesa, abbiamo assistito a numerose cronache di abusi e maltrattamenti fisici e psicologici a danno dei più deboli e indifesi. Abusi che sconvolgono la sensibilità individuale e sociale, e generano un senso d’insicurezza. Per cercare di capire, la psicologa e psicoterapeuta Francesca Mandis di Sardara ha risposto ad alcune domande.
Come si è arrivati ad avere l’esigenza di vigilare su ambienti che prima consideravamo sicuri e sull’operato di chi vi svolge un ruolo? «Più che un’esigenza la definirei una reazione agli eventi – risponde la dottoressa Mandis – Quando le istituzioni si sono rese conto che i casi di violenza su minori, anziani e disabili stavano dilagando, creando timori e ansie tra i cittadini, hanno deciso di prendere dei provvedimenti proponendo l’installazione di telecamere fisse, per risolvere il problema e generare sicurezza».
Le nuove direttive di legge sull’installazione di telecamere e sull’introduzione di test psico-attitudinali potrebbero essere davvero utili a combattere e fermare i casi di violenza?
«Se applicati saranno sicuramente degli strumenti utili per cercare di arginare gli episodi di maltrattamenti e abusi. Le immagini andranno ovviamente visualizzate esclusivamente dall’autorità giudiziaria. In base alla mia esperienza, credo però che non saranno purtroppo la soluzione definitiva al problema. A mio parere, per ottenere migliori risultati, si dovrebbe investire molto di più sulla prevenzione».
Restando sul tema prevenzione, come dovrebbero muoversi le istituzioni?
«Certamente sarebbe utile che in tutti gli istituti, che siano essi scuole, ospizi o centri socio-assistenziali, fosse presente in modo costante un supporto psicologico professionale. Riuscire a confrontarsi e ricevere sostegno è molto importante, non solo per chi usufruisce di questi luoghi ma anche per chi vi lavora. Occuparsi di soggetti che hanno bisogno di un attenzione e di un’assistenza continua è comunque un lavoro usurante a livello fisico e psicologico. Chi lo svolge rischia sempre di arrivare al limite dello stress e spesso di andare oltre assumendo atteggiamenti, e commettendo atti, sbagliati. Inoltre sarebbero utili dei corsi di formazione tenuti da esperti e pensati ad hoc per ognuno degli ambiti lavorativi di cui stiamo parlando».
Si possono definire le dinamiche che portano alcuni individui a commettere questi atti? «Come ho detto prima, si tratta di lavori altamente usuranti a livello psicologico e fisico. Le cause possono essere molteplici. Chi svolge questi lavori è pur sempre un essere umano con i suoi limiti e i suoi problemi, che essi siano personali, lavorativi o di salute. Niente giustifica gli atti di violenza verso le persone più deboli. Questo è indiscutibile. Ma una persona emotivamente non equilibrata, che svolge il suo lavoro senza serenità, è portata a crollare e sbagliare più facilmente di altre».
Come ci si deve comportare se si ha il dubbio che un familiare subisca abusi o maltrattamenti? «Principalmente bisognerebbe prestare attenzione ai segnali che il potenziale soggetto abusato lancia. Nei bimbi in tenera età, negli anziani e nei disabili questi sono generalmente comportamentali. Alcuni possono essere nervosismo, irrequietezza, timore, chiusura emotiva. Con bambini e ragazzi è importante il dialogo per interpretare e capire la situazione che stanno vivendo. Quindi strumenti essenziali sono attenzione, dialogo e confronto».
È sempre giusto denunciare al primo sospetto? «Certo, è giusto denunciare, ma bisogna ricordare che agire con cautela è sempre una buona norma per evitare che si verifichino errori di valutazione. Accusare magari in buona fede, ma ingiustamente, non aiuta né il presunto colpevole né la presunta vittima».
Eppure, gli elementi più deboli della società sono anche le risorse sociali più grandi. Gli anziani sono il passato, la memoria di ciò che era. I disabili sono la normale diversità di quello che ognuno potrebbe essere. I bambini sono il futuro, la proiezione di ciò che sarà. Una società civile è costituita da esseri umani che rispettano e proteggono i propri simili più indifesi.

Simona Manca

sadasd

 

fonte foto: web

 

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