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Poste Italiane

Quando la tecnologia aumenta le distanze generazionali

Villacidro. Esterno giorno della via Repubblica, ufficio postale.
Devo ritirare una raccomandata, il postino si è dimenticato di suonare il campanello e mi ha lasciato l'avviso. Prima di me, una discreta rappresentanza di popolazione del paese sopra la settantina. Ovvio, è periodo di pagamento pensioni.

E io, come sempre, mi chiedo per quale motivo questa pensione non se la facciano accreditare su un conto anziché sorbirsi la fila, in periodo di Covid19 ancora più severa perché dentro l'ufficio possono sostare non più di 6 persone (nonostante i 70 metri quadrati dello spazio). Tra l’altro agli ultrasessantenni il servizio è offerto gratuitamente dalla maggior parte degli istituti bancari.

Poi mi ricordo mio suocero, che aveva un libretto postale al quale collegare una carta postamat, eppure ogni primo giorno utile del mese, usciva molto presto la mattina, e diligentemente faceva la fila. A volte anche trattenendosi oltre, una volta intascato il bottino.

Sì, perché fare la fila per la pensione, per molti anziani, è l'equivalente di un luna park, una vera e propria occasione di svago, di incontrare persone, amici. E allora resto pazientemente in attesa del mio turno, lungo il marciapiede, in un percorso delimitato da transenne blu, nuove fiammanti.

Una signora accede dal lato delle scale, riservato alle uscite, e chiede a chi sta per entrare chi è l'ultimo. Il ragazzo, gentilmente, indica una persona dietro di me, e la signora chiede se io c'ero già da prima. A quanto pare non mi aveva notato. Colgo l'occasione per fare una battuta, in situazioni di questo tipo mi diverto sempre, e le rispondo che sono in fila da quando ero piccolino. Risatina generale, la signora incassa: «non l’avevo vista», dice. Rincaro la dose, dicendo che effettivamente era difficile vedermi, mamma mi ha fatto piccolino (sono alto un metro e ottanta e ho un torace che fa provincia, addominali costruiti a carboidrati). Risata generale.

Poi il fattaccio. Un mio probabile coetaneo si presenta con lo smartphone in mano, faccio in tempo a vedere un Qr code (un codice a barre quadrato) sullo schermo che sicuramente ha vissuto giorni migliori, e a gran voce annuncia: «ho prenotato!».

A quanto pare non è il primo della giornata e si alza un clamore da stadio: che non si fa così, che i giovani d'oggi non hanno più rispetto, che con queste diavolerie elettroniche sono bravi tutti, che con la mia pensione il telefono non me lo posso comprare, che è difficile da usare, e poi è scritto in piccolo e non è per chi ha dita grosse.

Io ho preferito fare la fila perché in quel momento me lo potevo permettere, la giornata era bella, l’aria frizzante ma gradevole. Proviamo però a immaginare giornate peggiori, pioggia, freddo, vento. E una fila interminabile. E l’utente tecnologico che la fila la salta, cosa che in altre occasioni ho fatto anche io, grazie al disegnino quadrettato sullo schermo del cellulare.

Due mondi diametralmente opposti. E due nuove differenze, non più sociali, ma generazionali in senso lato, i giovani che usano la tecnologia, gli anziani che la rifuggono.

Le diseguaglianze, oggi più che mai, le noti anche in una fila alla posta.


Giuseppe Diana ©riproduzione riservata

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