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Didattica a distanza

Dopo mesi di didattica a distanza ancora si arranca

Vacanze finite. Si rientra a scuola? Infanzia, primaria e secondaria di primo grado in ordine sparso. E le superiori? Si naviga a vista.

Gli studenti di licei, istituti tecnici, professionali, artistici, sono a casa da mesi. A parte alcune scuole con la necessità (e l'obbligo formativo) di svolgere ore in presenza per attività di laboratorio, tutti gli studenti affrontano da settimane la seguente organizzazione quotidiana: sveglia, colazione, igiene personale basica, vestizione parte superiore, accensione computer (tablet, smartphone), prime ore di lezione, intervallo, igiene personale restante, vestizione completa, ultime ore di lezione, pranzo, studio.

Si esagera, ovviamente. Ma l'esagerazione diventa pretesto per raccontare di un disagio reale, tangibile. Queste sono le prime generazioni, dal 1968 in poi, alle quali viene drasticamente ridotta l'adolescenza. Ragazzi costretti a un’esistenza da segregati in casa senza volerlo, quasi come degli hikikomori.

A questo problema, che mi pare sia pericolosamente sottovalutato, se ne aggiunge un altro, che se non osservato con attenzione apporta ulteriori rischi: l'utilizzo di piattaforme informatiche per la didattica a distanza.

Se nella prima quarantena le scuole erano totalmente impreparate a gestire le esigenze didattiche e si sono rivolte in maniera massiccia ai mirabolanti prodotti forniti da mister G, durante i lunghi mesi estivi, di sicuro, ministero e governo non hanno fatto granché per supplire all'assenza di una piattaforma unica.

Il risultato è quindi scontato: il ministero non mi fornisce un altro strumento? Utilizzo quello che una qualsiasi ricerca su internet mi suggerisce come primo. E indovinate un po' quale è il motore di ricerca più utilizzato?

Chissà quanti, tra dirigenti, insegnanti, personale amministrativo, conoscono almeno un servizio alternativo allo strapotere dell'azienda di Mountain View in California. E non sono pochi, ne esiste addirittura uno tutto italiano, Openmeet. Si obietterà che la multinazionale ha messo a disposizione gratuitamente gli account.

In cambio, però, chissà perché ci si dimentica di dire che ottiene i seguenti dati: nome e cognome, indirizzo Ip e fornitore della comunicazione, città della connessione, geolocalizzazione, cronologia di navigazione, dati del dispositivo e dei software utilizzati (marca e modello, sistema operativo, browser, risoluzione).

Sembra poco? Allora provate, per puro scrupolo intellettuale, a fare una ricerca (si, potete usare anche la rassicurante pagina dalla sigla colorata e con due “o”) sul valore di questi dati moltiplicati per poco meno di 10 milioni (popolazione scolastica italiana, comprensiva di studenti, insegnanti, personale amministrativo, collaboratori, personale educativo).

Il risultato che ho ottenuto stamattina è di quasi 6 miliardi. Di euro. E una conseguente mappatura di spostamenti, abitudini, siti maggiormente visitati, con una potenzialità di controllo sul mercato enorme. E chissà per quanto tempo, considerato l'accordo stipulato dal Miur con le aziende fornitrici.

Giuseppe Diana ©riproduzione riservata

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