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Quando Gps, social e riservatezza si intrecciano, in un'ordinaria giornata di lavoro

Per lavoro, viaggio in macchina. E macino circa un centinaio di chilometri al giorno.

Una mattina mi sono trovato in seria difficoltà, perché il normale rallentamento del traffico stava diventando consistente, per un banale incidente stradale sulla 131 all’ingresso di Cagliari. E la coda mi stava facendo perdere minuti preziosi. Ho quindi deciso, quella stessa mattina, di scaricare nel telefono una applicazione che unisce un normale navigatore GPS a un social network di servizio del traffico. In pratica una community nella quale gli automobilisti segnalano eventuali rallentamenti alla circolazione, incidenti, autovelox mobili e così via.

Ovviamente, funziona utilizzando la geolocalizzazione. Niente di più facile, basta attivare la funzione e in un attimo, l’applicazione ti individua geograficamente, con una precisione di più o meno mezzo metro. Io di solito la disattivo, poi, quando non è più necessaria. Questa volta no.

E mi si è aperto un mondo. Per l’intera giornata il mio smartphone ha inviato la mia posizione a tutte le applicazioni alle quali, magari senza pensarci su troppo, avevo concesso di ottenere l’informazione: Facebook, Instagram, tutti i servizi Google, Twitter, Shazam. Tutti, proprio tutti, sapevano dov’ero, in ogni preciso istante.

Nel giro di un paio di quarti d’ora, un caro amico mi ha geolocalizzato nella zona del mercato San Benedetto a Cagliari, e tramite Facebook mi ha invitato per un caffè. Shazam ha individuato 8 brani che ho ascoltato in macchina e sentito per strada. L'assistente Google mi ha suggerito di rifocillarmi in una nota pizzeria proprio davanti al mercato (nonostante l’orario fosse più da cappuccino e cornetto), aggiornandomi sul traffico della zona, sulle offerte di una nota catena di negozi di elettronica ed elettrodomestici nelle vicinanze, e ricordandomi che nel raggio di 300 metri avevo scattato una fotografia a mio figlio il 22 maggio del 2017 (tutto vero! Fotografia scattata un pomeriggio al Parco della musica). Incredibile.

Tutte le mie app, e tutta la mia comunità online, sembrava conoscessero il mio percorso. Addirittura lo anticipavano. Forse perché nel calendario avevo inserito l’impegno lavorativo con la posizione, per accedere più comodamente al navigatore. C’è da rifletterci.

Per esempio quando non si vuole installare Immuni perché ritenuta lesiva della privacy. Quella privacy regalata a multinazionali con bilanci pari al Pil di uno stato medio-piccolo. Quel diritto alla riservatezza sbandierato quando il politico di riferimento suggerisce di rivendicarlo, ma, quando non visti, sacrificata al video di Reface App, perché è troppo divertente avere il viso sul corpo di Jack Sparrow impegnato in piratesche avventure.

E pazienza se una faccia in più finirà archiviata su chissà quali server.

Giuseppe Diana ©riproduzione riservata

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