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Femminicidio: se ne parla con la psicologa Maria Maddalena Manunza

La violenza sulle donne è un fenomeno sociale a livello globale, senza distinzione di cultura, religione o ceto.
In Europa e in Italia negli ultimi decenni si è riscontrato un forte incremento della violenza di genere, tanto che è stato necessario coniare un nuovo sostantivo che oramai fa parte del nostro vocabolario: femminicidio.
Con i termini violenza di genere e femminicidio s’intende indicare la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna in quanto tale.
Perpetrate da uno sconosciuto che perseguita, stupra e talvolta uccide. Per mano del partner che giura di amare. Dell’ex che non si rassegna.
Per comprendere meglio abbiamo rivolto alcune domande alla psicologa Maria Maddalena Manunza che opera come libera professionista nel suo studio di Sardara.
Femminicidio. Neologismo usato per identificare un fenomeno che ha radici molto più antiche: «Certamente. Il femminicidio è il culmine della violenza su una donna. Violenza e omicidio di genere sono sempre esistiti. Oggigiorno, tramite i media, veniamo a conoscenza più facilmente di queste realtà che assumono maggior risonanza».
Le donne, ormai quotidianamente, diventano vittime senza colpa. Quali sono le motivazioni di questa escalation?
«Difficile rispondere. Ci possono essere molteplici motivazioni. Una di esse è l’emancipazione che la donna ha conquistato nel tempo. In passato veniva violata e maltrattata perché considerata come un oggetto da possedere, e questo lo faceva apparire quasi lecito. Con l’evoluzione della nostra società questa visione della donna è stata abbandonata. L’affermazione e autodeterminazione sociale, che han portato alla condizione femminile attuale, fan paura all’uomo.
Ci sono uomini che si sentono minacciati nella loro virilità, vedono la donna come un’usurpatrice del loro ruolo e potere, e spesso purtroppo reagiscono con violenza e rabbia ingiustificate. Non tutti reagiscono in questo modo ovviamente».
Che siano essi premeditati o raptus improvvisi, si possono individuare in questi atti di violenza dei denominatori comuni? «Ovviamente ogni caso è a sé. Ciò che li accomuna potrebbe essere la presenza di un disturbo di personalità, ognuno con basi ben specifiche. Chi ne soffre e non riesce ad accettare un tradimento, un rifiuto o un abbandono da parte del partner può arrivare a sfogare la propria frustrazione con atti di violenza che siano essi premeditati, preceduti da comportamento ossessivo e stalking, o non programmati e improvvisi».
I soggetti che tolgono la vita alle proprie partner cercano di giustificarsi adducendo come motivazioni la gelosia e il troppo amore. Credono realmente che il loro sia amore? «Siamo in presenza di una distorsione del concetto di amore, legato al disturbo della personalità e al vissuto personale di chi commette questi atti. Un soggetto che da bambino ha avuto in famiglia un modello educativo e d’amore sbagliato, fatto di possesso, violenza fisica e, o verbale, potrebbe sviluppare e far suo un comportamento simile nelle relazioni con l’altro sesso una volta divenuto adulto. Ovviamente non tutti i bambini abusati o testimoni di abusi si trasformano in soggetti violenti».
Le vittime in alcuni casi non denunciano i loro aguzzini. Altre volte capita che il loro grido d’aiuto non venga accolto in modo adeguato. Perché? «Non si denuncia per paura, vergogna e mancanza di consapevolezza. Anche in questo caso bisogna considerare il modello educativo acquisito durante l’infanzia. Una donna, che ha vissuto la madre come una moglie sottomessa e abusata dal marito, potrebbe pensare che sia giusto essere trattata allo stesso modo. Spesso l’atteggiamento che la società stessa ha verso questi comportamenti non aiuta, si tende a lasciar correre per non invadere la privacy familiare altrui. Dal punto di vista legislativo purtroppo esistono delle lacune. Molte donne che denunciano si trovano a non essere tutelate, nonostante le modifiche alle leggi contro lo stalking , la violenza e il femminicidio, spesso chi di dovere ha le mani legate sino a quando non si arriva alla tragedia. Capita che non si denunci anche per sfiducia e timore di non essere credute».
Cosa sarebbe auspicabile facessero le istituzioni e la società, oltre a quello che già si è attuato, per arginare questo grave e triste fenomeno? «Dal punto di vista giuridico ci dovrebbe essere più attenzione e considerazione verso la donna e il disagio che manifesta quando denuncia un fatto di violenza.
Altro punto fondamentale è la prevenzione tra gli adolescenti di entrambi i sessi. Far capire ai ragazzi, con l’aiuto di figure professionali come psicologo, psicoterapeuta e sessuologo, che l’amore non dev’essere possesso, prevaricazione, umiliazione e limitazione della libertà del partner. Che i comportamenti ossessivi, la gelosia morbosa e le reazioni violente non sono mai giustificate, né davanti a un rifiuto né davanti alla conclusione di una storia. L’amore dev’essere sostegno e rispetto reciproco, sempre, sotto qualsiasi forma esso si manifesti».
L’unico appello che si può fare è quello di non abbassare il livello di attenzione e continuare a vigilare, tutelare, sostenere e denunciare sempre, affinché di violenza di genere si smetta di morire.

A cura di Simona Manca

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